13 novembre 2017

Cento anni dopo aver fatto da barriera nella Grande Guerra, il Piave è strangolato nel paradosso di vivere una quotidianità fatta di desolante secca e il rischio, sempre presente, dell’evento catastrofico.

Ce lo ricordiamo ogni 4 novembre, anniversario della Vittoria nella Prima Guerra Mondiale ma anche dell’alluvione del Piave e dell’acqua granda a Venezia, ormai 51 anni fa. Ma nulla sembra essere finora cambiato. Se non forse in peggio. Per questo è importante mantenere alta l’attenzione su un tema che resta attuale, quello dell’esondazione. Gli esperti dicono che  eventi così disastrosi avvengono ogni 80/100 anni. Quindi: inevitabilmente accadrà di nuovo, e neppure troppo in là nel tempo. Per questo, ancora, è importante fare il primo passo con progetti di messa in sicurezza.  Soprattutto se si intende portare avanti la candidatura come patrimonio dell’umanità di un fiume, il Piave, che già unisce due siti riconosciuti dall’Unesco quali le Dolomiti e Venezia con la sua laguna.

Da una parte è da tenere in conto la denuncia di associazioni che hanno richiesto una gestione sostenibile delle acque del fiume. Nel tratto montano appena il 5 per cento degli affluenti è ancora allo stato naturale. Il resto è utilizzato a fini idroelettrici. Più a valle il 70 per cento delle acque del suo medio corso sono captate per uso agricolo. Siamo talmente abituati a vedere quel tratto del fiume con poca acqua da dimenticare che era navigabile dal Cadore a Venezia. A sud non è raro che branzini abbocchino all’amo dei pescatori all’altezza di San Donà. Segno di quanto le acque salse del mare risalgono quelle dolci del fiume.

La siccità non limita il rischio dell’evento catastrofico. Un terzo dei Comuni italiani sono a rischio idrogeologico, secondo il rapporto annuale di Legambiente. Inutile ricordare che nell’elenco ci sono anche tutti i centri del Basso Piave.

Escludiamo l’ipotesi più pessimistica, quella di tutto il territorio sommerso dalle acque, comunque prospettata in uno degli studi più seri sui cambiamenti climatici, quello della Columbia University di New York. Nel caso di un aumento della temperatura media di 3 gradi da qui al 2100, lo scioglimento dei ghiacci polari provocherebbe l’inondazione dell’8 per cento del territorio italiano. Insieme al Basso Piave a rischio Venezia, Roma, Napoli, la costa abruzzese, il Delta del Po… Certo, questa è l’ipotesi peggiore. E anche la più improbabile perché presuppone un totale disinteresse alla riduzione dei gas serra. Ma resta quella dell’evento catastrofico.

È necessario un cambio complessivo di gestione, puntando a nuove economie sostenibili; pensare a una seria politica di risparmio idrico; ripristinare le condizioni di naturalità dell’asta fluviale.

La cosa fondamentale è partire con la messa in sicurezza. In maniera concreta, impegnando le risorse. Quantomeno sull’obiettivo minimo della progettazione. Si possono riprendere i suggerimenti degli studi passati, aggiornandoli. Dalla lontana Commissione De Marchi che, studiando l’evento del ’66, indicò l’efficacia di bacini in grado di raccogliere lo sfogo dei fiumi prima che le acque arrivino nelle zone arginate. È esattamente quanto si sta facendo sul Bacchiglione, responsabile della catastrofica alluvione del 2010 nel Padovano e nel Vicentino. Al contrario, in quello che era stato individuato come bacino di laminazione per il Piave, sono sorte case e fabbriche.

Non possiamo stare ad aspettare il prossimo evento, sperando che non faccia troppo male. È questo uno scenario cui io dico di no. Serve una politica non limitata a un singolo tratto del fiume e ragionare invece in una visione d’insieme. Ricordando che il Piave, dalla sorgente alla foce, è un unico corpo d’acqua.

Andrea Cereser

sindaco per San Donà di Piave