04 maggio 2017

Un regolamento per favorire la partecipazione dei cittadini alla cura della città.

Per rimuovere le pastoie burocratiche (autorizzazioni, assicurazioni …) che spesso frustrano la loro disponibilità e per dare impulso alla socialità.

Ad oggi, poco più di 100 comuni italiani su quasi 9mila hanno adottato un regolamento del genere, di cui 4 in Veneto: Treviso, Verona, Quarto d’Altino e, dall’anno scorso, San Donà di Piave. L’obiettivo è quello di dare impulso, diffusione e legittimità a iniziative già sorte a livello spontaneo.

C’è una forte richiesta da parte dei cittadini per dare una mano arrivando dove il Comune non riesce, curando qualche spazio materiale (verde pubblico, strade, piazze, fontane, edifici …) o anche promuovendo dei valori immateriali, dai beni digitali alle relazioni tra le persone.

Il regolamento ci riporta a considerare cose che già facevamo, naturalmente, qualche decennio fa, quando era più viva e diffusa la cultura verso l’impegno civico, a partire dagli elementi più semplici: i ragazzini che estirpavano le erbacce che crescevano sull’asfalto della propria via o le mamme che tenevano pulito il marciapiede pubblico (cioè di tutti) davanti alla propria casa.

È questa un’applicazione, peraltro, dello stesso principio di sussidiarietà, introdotto in Costituzione con la riforma del 2001 dell’articolo 118. Il modello del regolamento sui beni comuni è stato tracciato dal comune di Bologna nel 2014. In appena 3 anni sono state 450 le proposte recepite da quella città, di cui 300 già attuate e appena 20 respinte.

Certo, la dimensione di Bologna è ben diversa da quella di San Donà di Piave. Ma dà l’idea delle potenzialità di un tale strumento. Soprattutto è interessante notare come molte proposte provengano non da singoli cittadini bensì da associazioni o anche da scuole. Talvolta anche come forme di autofinanziamento. Molti progetti, poi, non riguardino la cura di beni fisici (la classica aiuola da tosare o la scuola da imbiancare) quanto beni immateriali. Fino a un supporto diretto ai servizi sociali.

Il regolamento prevede che i singoli interventi si basino su uno specifico patto di collaborazione tra il Comune e i cittadini. Nella sua forma più semplice il patto prevede che il Comune rimuova gli ostacoli alla partecipazione del cittadino e metta a disposizione risorse e competenze. Dall’altra parte, sia pur in un rapporto di fiducia reciproca, controlla che la collaborazione rientri nei limiti della legalità, a partire dall’evitare forme di lavoro in nero, e che riguardi attività semplici, che non comportino rischi né possano ricadere in materie normate dal Codice degli Appalti. Il cittadino, ovviamente, non deve sostenere spese visto che la sua disponibilità rappresenta, con la sua stessa iniziativa, una risorsa per l’amministrazione. Non solo per l’apporto fisico del suo impegno, quanto soprattutto per il bagaglio di idee.

Ma l’obiettivo primario è forse un altro: il recupero di uno dei valori meno frequenti ma più necessari del nostro tempo: la capacità di tessere relazioni. Ritmi sempre più frenetici, una tecnologia fatta di connessioni a distanza, i timori di un tempo incerto tendono a isolarci.

L’impegno per il bene pubblico è un modo per ritrovarsi, per stare insieme, per essere comunità. Perché il bene comune è di tutti. Anche un po’ tuo.

 

Per presentare progetti o proposte in questo senso basta inviare una email a protocollo@sandonadipiave.net indicando in oggetto “Proposta di patto di collaborazione”

Andrea Cereser

sindaco per San Donà di Piave

 

San Donà di Piave, 4 maggio 2017