26 gennaio 2018

Settantatré anni fa, il 27 gennaio 1945, l’apertura dei cancelli del lager di Auschwitz rivelava al mondo l’orrore che era stato perpetrato negli anni precedenti verso ebrei, ma anche cristiani, sia laici come sacerdoti che si opponevano al regime hitleriano, oppositori politici, rom, disabili, omosessuali. Quel 27 gennaio è stato proclamato dalle Nazioni Unite Giornata della Memoria delle vittime della Shoah. Ed è occasione per ricordare un pezzo di storia della Città di San Donà di Piave, e dei nomi, riemersi dalle nebbie di un fosco passato grazie alla passione di un pugno di studiosi, tra cui vale la pena ricordare almeno Morena Biason, ricercatrice di storia locale nel periodo del secondo conflitto mondiale e autrice di “Un soffio di libertà – La Resistenza nel Basso Piave”.

San Donà di Piave fu l’unica località di internamento nel veneziano per gli ebrei stranieri, insieme ad altre centinaia di località in Veneto e in Italia.

I fatti: le leggi razziali emanate dal Fascismo nel 1938 stabilirono, tra l’altro, che gli ebrei stranieri presenti in Italia, all’epoca 9.170, dovessero essere espulsi dal territorio nazionale. La norma non venne applicata e gli ebrei stranieri, nell’arco di alcuni anni, finirono internati, con lo scoppio della guerra, in località di confino. L’internamento comportava una notevole limitazione della libertà personale. In Veneto furono circa 90 i comuni individuati come sede di internamento. Tra queste località anche San Donà di Piave.

Dagli elenchi redatti dalla Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea, emergono i nominativi di 7 ebrei stranieri finora conosciuti che risultano internati nella nostra città. Si tratta di una famiglia di cittadinanza croata composta da Silvio Papo, 56enne nel 1943, dalla moglie Buci Salom, 47 anni, e dal figlio Giuseppe, di 15 anni. Presenti anche 4 ebrei ungheresi: Max Blau, 43 anni; Francesco Grosz, 37; Janos Haberfield, 30 anni e Giulio Haberfield, 20. Sono nomi che vale la pena ricordare. Provare a immaginare i loro volti. Le loro ansie. Non stiamo parlando di una statistica ma di persone che, per qualche tempo, furono vicini di casa dei nostri nonni.

Incerta la loro sorte. Alcuni di essi riuscirono a mettersi in salvo tra cui l’ungherese Max Blau che, nel 1946, scrive da New York una lettera al sindaco dell’epoca esprimendo la sua gratitudine per il “molto generoso trattamento e benevolenza ricevuta durante il nostro soggiorno a San Donà di Piave”. In quei drammatici giorni forte fu l’impegno di numerosi sandonatesi per salvare vite incolpevoli. Due nomi su tutti: quello di Lucia Schiavinato, che nascose alcune donne ebree nel Piccolo Rifugio, e quello di monsignor Luigi Saretta che, su segnalazione del Patriarcato di Venezia nascose altri israeliti presso famiglie fidate.

E questa l’occasione per ricordare anche quanti si adoperarono per resistere all’orrore. Quanti riuscirono a salvare degli esseri umani mettendo a rischio la propria stessa vita.

 

 

 

Andrea Cereser

sindaco per San Donà di Piave

 

San Donà di Piave, 26 gennaio 2018