09 marzo 2017

Lo ammetto. Il rapporto tra governo della cosa pubblica e reti sociali continua a stupirmi. Non sempre in positivo. È una dialettica fatta di continue ombre e luci. Tra le luci cito l’esperienza della pagina Facebook Città di San Donà di Piave, passata in pochi anni da 800 a quasi 6mila utenti. È una delle pagine più seguite tra i comuni veneti, paragonabile a quelle di città di ben altra taglia, quali Padova o Venezia, o di realtà turistiche come Jesolo. La pagina raggiunge in media 7.250 utilizzatori di internet, quindi un numero superiore a quello dei suoi stessi utenti. Ogni post conta in media oltre 3mila visualizzazioni con picchi che sono arrivati a superare le 30mila. Dati che portano questo strumento ad essere il principale canale informativo dell’Amministrazione verso la fascia di età compresa tra i 25 e i 54 anni, che rappresenta circa il 70 per cento della sua utenza. È, inoltre, un ottimo mezzo per far sentire la nostra vicinanza ai sandonatesi all’estero, tra gli internauti più affezionati alla pagina.

 

D’altra parte, è di questi giorni un nuovo esempio del ruolo negativo che possono assumere i social, facendo terrorismo psicologico e veicolando opinioni francamente insostenibili quando non configuranti addirittura ipotesi di reato. Era già successo qualche mese fa, quando un bambino di colore si immerse nella fontana di piazza Indipendenza, scatenando un vergognoso momento di delirio virtuale.

Torna a capitare oggi, di fronte a un evento piuttosto banale, quale è la posa di una decina di colonnine per il controllo della velocità. Nessuna novità. Si tratta dei trubox già da tempo utilizzati in molti comuni. Sono dei contenitori vuoti, visibili sul lato della strada grazie al loro colore arancione o led luminoso che li segnala nelle ore notturne. In uno di essi, a turno, viene posto un autovelox, con la presenza di una pattuglia della Polizia Locale. Ovviamente l’automobilista non sa in quale contenitore si trovi il velox, venendo indotto a rispettare i limiti ogni volta che ne vede uno.

Insomma, da un punto di vista pratico è veramente difficile essere sanzionati, proprio per la visibilità della colonnina. A ciò aggiungiamo l’indicazione della loro ubicazione sul sito internet del Comune, allo stesso modo di come vengono segnalate le vie interessate allo scout speed. È quindi intuitivo che le colonnine non sono lo strumento adatto a fare cassa, ma rappresentano semplicemente un presidio per la sicurezza, inducendo a rallentare.

Considerazioni abbastanza ovvie, ma non per i social, dove si sono scatenati alcuni giorni di psicosi. Fino ad arrivare alla paradossale proposta di raccolte di firme, di fatto a sostegno dei trasgressori del Codice della strada. Una spirale inquietante di voci incontrollate, e false, di insulti e di minacce, troncata dalla pubblicazione di una nota della presidente dell’Associazione dei familiari vittime della strada a sostegno della decisione dell’amministrazione. Una doccia fredda di realtà. Cui hanno fatto seguito, sugli stessi social inviperiti fino a un attimo prima, richieste di posa di nuovi trubox su questa o quella via.

Una vicenda, insomma, che ben riassume i rischi dell’uso distorto della rete. È un problema serio il fatto che molto spesso la gente pubblichi sui social quello che non va, ma poi non denunci alle Forze dell’Ordine e non segnali a chi di dovere. Mi capita spesso che un cittadino lamenti di aver fatto presente qualche disservizio e il Comune non sia intervenuto. Alla domanda su dove lo avesse segnalato, perché a noi non risulta, la risposta è disarmante: “l’ho postato su Facebook”.

Insomma, ribadisco di nuovo lo stesso appello: se si ha notizia di qualcosa che non va, o si hanno dubbi su qualcosa, meglio segnalarlo o chiedere chiarimenti a chi di dovere. Poi lo si scriva su qualunque muro virtuale, ma prima segnaliamo. Perché è facile scrivere su Facebook, più difficile è fare qualcosa.

sindaco per San Donà di Piave

 

San Donà di Piave, 9 marzo 2017