|
tratto
dal libro San Donà di Piave di Dino Cagnazzi
Generalmente gli eventi di una città
o di una popolazione hanno una correlazione con l'ambiente
che n'è teatro. Molteplici indicazioni tramandate
da più autori latini (Livio, Plinio, Floro,
Columella, Strabone et.)indicano la pianura veneta,
nel tratto delimitato dal corso del Piave e del Livenza,
come una grande laguna(Laguna Opitergina), inclusa
in un sistema lagunare che andava da Ravenna a Grado.
Il margine fra la pianura e la zona lagunare erano
posti appena a valle degli odierni abitati di Croce,
Musile, San Donà di Piave e Ceggia, per questo
tagliavano in due l'attuale territorio comunale. Folti
boschi secolari, in cui prevalevano querce, olmi e
castagni, si alternavano a boschetti di salici e gaggie
ed erano intervallati da brevi radure prative e da
grandi macchie di cespugli spinosi. Una ricchissima
fauna popolava la zona: cervi, volpi, cinghiali, martore,
tassi, lontre e lupi; vi nidificavano immensi stormi
di passeracei e tordi, merli, starne, allodole, germani
reali, corvi e cornacchie, numerosi trampolieri (gru
e aironi), i grandi rapaci (falchi e poiane)
ed i notturni (gufi, barbagianni e civette).Abbondante
era anche la pescosità delle acque: in quelle
lagunari molluschi e crostacei e nelle fluviali storioni,
anguille e carpe. Nell'antichità nessun argine
conteneva le acque del Piave che scorreva in un letto
larghissimo divagando in molti rivoli tortuosi: che
lambisse l'attuale
territorio comunale ormai è assodato. Il clima,
stando alla testimonianza degli antichi autori, era
dolce e salubre. I primi abitanti di queste terre
sono stati probabilmente gli Euganei o gli Etruschi
oppure ancora antichissime popolazioni delle Prealpi.
Con maggiore attendibilità si può, invece,
affermare che il primo stanziamento sia stato operato
dagli Opitergini tra la fine del IV secolo e l'inizio
del III secolo avanti Cristo. I primi abitanti del
territorio comunale avrebbero, quindi un'origine heneta,
in quanto Opitergium (Oderzo) sarebbe stato fondato
da quelle genti poco dopo il loro arrivo in Italia.
La presenza di una rete viaria articolata (Via Annia)
fa presumere che, nell'età romana, l'area fosse
abitata. D'altro canto va osservato che costituiva
un triangolo ai cui vertici erano poste tre città
Altino, Oderzo e Concordia, le cui esigenze si sommavano
a quelle connesse al flusso di merci e dei viaggiatori
che scorrevano la Via Annia. Per quanto concerne San
Donà in particolare va osservato che di norma
lungo le grandi strade consolari, in prossimità
del passaggio dei corsi d'acqua maggiori, erano scaglionate
delle stazioni o posti tappa militari con un piccolo
presidio e nei pressi, di solito, si trovavano una
o più locande. Le indicazioni di Livio e Strabone,
sull'esistenza di piccoli villaggi perilagunari e
gli studi sulla Via Annia, rendono attendibile l'ipotesi
che uno di questi villaggi si sia formato dov'è
oggi il centro urbano di San Donà.
Agli albori del V secolo il Veneto cominciò
ad essere interessato da eventi che, in un breve periodo,
sconvolsero un assetto politico e socioeconomico consolidatosi
nel corso dei secoli.. Infatti, per il declino della
potenza di Roma, più popoli presero a varcare
le Alpi ed a sciamare nella ricca pianura padana.
Le Alpi Giulie erano quelle che offrivano i valichi
più facili nella cerchia alpina, per questo
il Veneto si trovò ad essere la regione più
esposta a sostenere il primo urto. Le incursioni di
popoli seminomadi colpirono Concordia, Oderzo ed Altino,
ma non toccarono l'area lagunare ed una ristrettissima
fascia costiera, quindi possiamo
asserire che l'attuale territorio comunale ne fu immune.
La prima invasione avvenne nel 402 ad opera di Alarico
che con i suoi Visigoti pose a sacco Oderzo. Nel 406
un'ondata di Alani, Burgundi, Svevi e Vandali dilagò
nel Veneto. Nel 452 varcò le Alpi Attila, nel
463 Biorgo, re degli Alani, nel 473 Vidomiro, re degli
Ostrogoti, nel 463 giunse Odoacre ala testa di Rugi,
Eruli e Turciligi. Nel 489 scese in Italia Teodorico,
re dei Visigoti e fra il 523 ed il 526 si ebbe il
passaggio dei Gepidi e poco dopo, tra il 535 ed il
538 quello di gruppi Svevi. Quest'ultimo avvenne mentre,
per il succedersi di più annate agrarie sfavorevoli,
infieriva una delle più drammatiche tra le
carestie che hanno colpito il Veneto. Ad alimentare
il degrado della regione contribuirono delle lotte
religiose, originate dal cosiddetto Scisma dei Tre
Capitoli, in quanto si trasferirono dal piano religioso
a quello politico innestandosi nel conflitto fra Goti
e Bizantini che insanguinò a lungo il Basso
Piave.
Apice dello squallore si ebbe, probabilmente, nel
563 quando, stando alla testimonianza di Paolo Diacono,
imperversò la peste. Se l'odierno territorio
comunale non fu direttamente interessato dalle invasioni
barbariche, fu invece coinvolto dagli effetti che
ne derivarono. L'esclusione dagli attacchi di quelle
genti dei lidi e delle isole lagunari, motivata dalle
caratteristiche ambientali, diede l'avvio ad un vasto
movimento migratorio verso tale area, effettuato dagli
abitanti delle città e dei villaggi della piana
fluviale contermine, che ebbe inizialmente un carattere
transitorio e in seguito permanente. Nell'arcipelago
di Melidissa (che
ricordiamo si estendeva parzialmente anche in aree
oggi soggette ai comuni di Eraclea e di Torre di Mosto)
si andò costituendo un villaggio il cui sviluppo
fu rapidissimo nonostante i problemi e il difficilissimo
momento.
Nel 568 giunsero nella pianura veneta i Longobardi
che, a differenza delle genti che li avevano preceduti,
non si limitarono al saccheggio della regione, ma
vi si stanziarono asservendo gli abitanti. Nel 572
l'assoggettamento del Veneto era ormai ultimato ad
eccezione di Oderzo e dell'area lagunare ed il loro
re
Alboino decretò un nuovo assetto amministrativo
della regione: la divise in ducati ed assegnò
il maggiore, quello del Friuli, al nipote Gisulfo.
Ben presto questi entrò in contrasto con Oderzo
e dopo alterne vicende questa città fu costretta
alla resa e fu data alle fiamme. Ciò determinò
l'esodo della maggioranza degli Opitergini verso l'area
lagunare. La tradizione precisa che il vescovo San
Magno guidò l'esodo e nell'arcipelago di Melidissa
fondò una città che chiamò ERACLEA
in onore dell'imperatore di Bisanzio Eraclio, che
aveva largheggiato in aiuti, stimando favorevole per
il suo impero la nascita di una città che sostituisse
Oderzo. Recenti fotografie aeree hanno confermato
che la città si estese sulle isole della laguna
opitergina poste fra Fiorentina, Fossà, Staffolo
e Stretti. Eraclea si sviluppò rapidamente
e divenne ponte fra i lontani mercati d'oriente in
mano a Bisanzio e quelli del nord Italia soggetti
ai Longobardi. Nel 662 divenne re dei Longobardi Grimoaldo
che nel 667 ordinò di radere al suolo Oderzo
e i suoi abitanti per vendicare i fratelli assassinati.
I nuovi profughi si stabilirono nella parte inferiore
dell'area lagunare di Melidissa, fondando nell'isola
di Equilio una città che prese il nome di Jesolo.
Ben presto una latente ostilità cominciò
a formarsi fra Eraclea e Jesolo che si inasprì
sempre più sino a degenerare in un cruento
scontro armato concluso con la sconfitta degli Jesolani.
I Longobardi tentarono di approfittare del dissidio
ma senza successo e questo fatto indusse la classe
dirigente dei centri lagunari a valutare l'opportunità
di affidare il potere ad una sola persona. Un'assemblea
composta da tutti i cittadini innalzò al soglio
dogale Paoluccio Anafesto che pose in Eraclea la sede
dogale, in quel tempo la maggiore città dell'area
lagunare e al centro della Venezia Marittima.
Il dogado di Anafesto segnò l'apogeo di Eraclea
che durò fino al 736 anno in cui si riaccesero
i vecchi rancori con Jesolo e si venne alle armi più
volte: una sanguinosa battaglia svoltasi presso il
canal d'Arco segnò l'apice di un conflitto
che prostrò entrambe le città segnando
l'inizio della loro fine (804) e il continuo
peggioramento delle condizioni ambientali fece il
resto.
Il degrado fu esteso e rafforzato dal Piave, nei secoli
nono e decimo, in quanto, effettuava delle colmate
che alteravano o impedivano lo scolo dei terreni,
mentre i sedimenti ostruivano i canali lagunari e
mutavano i bacini in paludi
.Il paesaggio mutò
radicalmente: non più una cerulea distesa d'acqua
da cui emergevano
verdeggianti isole, ma un enorme pantano su cui spuntavano
piccoli dossi boschivi. La fascia costiera cambiò
volto, per il disboscamento attuato per esigenze commerciali
ed al fine di ampliare i terreni coltivabili
.
Dopo il mille, i rinati villaggi della pianura cominciarono
ad arginare il Piave, per proteggersi dalle inondazioni
.A
completare il disfacimento ambientale intervenne l'insorgere
della MALARIA. L'ambiente palustre venutosi a formare
era, infatti, l'habitat ideale della zanzara anofele,
apportatrice del morbo
Oltre alle oggettive
difficoltà derivanti dalle condizioni ambientali,
l'esistenza di coloro che vissero nel territorio sandonatese,
fra il nono ed il quindicesimo secolo, fu travagliata
da molte calamità: terremoti, pestilenze, carestie
ed alluvioni..
Nonostante le distruzioni operate da Franchi ed il
degrado ambientale parte della popolazione non lasciò
la città ormai ridimensionata a rango di villaggio.
In particolare restarono coloro che essendo dediti
all'agricoltura ed alla pastorizia erano legati ai
luoghi. Gli Ungari desolarono tutta l'area distruggendo
raccolti,
bruciando le case, razziando il bestiame e causando
la fuga degli abitanti terrorizzati dai loro eccessi,
sicché dopo il loro passaggio tutto il Basso
Piave appare quasi spopolato..sino al XII secolo.
Poco dopo gli agricoltori cominciarono a coltivare
i fertili terreni posti lungo il fiume, rassicurati
dalla loro quota (più elevata
rispetto all'area paludosa circostante) che dava una
certa sicurezza alle piene.
Si formò così un villaggio: Mussetta.
Il borgo era tutto raccolto attorno ad un castello
edificatovi dai patriarchi di Aquileia, proprietari
di quelle terre; il patriarcato deteneva anche la
giurisdizione sul territorio essendone stato investito
dall'impero prima del mille. Religiosamente il villaggio
era soggetto ai vescovi di
Treviso. Le esigenze religiose di coloro che andavano
man mano ripopolando la zona portarono alla costruzione
di un'altra cappella, posta sulla sponda del Piave,
poco a valle di Mussetta ed al limite fra le diocesi
di Cittanova, Torcello e Treviso; la cappella fu consacrata
nel 1186 e dedicata a San Donato. Non si conosce la
data di costruzione di tale chiesa dal cui nome cominciò
ad essere indicata l'area circostante. E' probabile
che ciò sia avvenuto nella prima metà
del XII secolo in quanto già nel 1154 attorno
ad essa si era formato un villaggio: villa Sancti
Donati soggetto alla giurisdizione temporale dei patriarchi
di Aquileia
.. Nel
1250 il Piave ebbe una piena catastrofica. In quella
occasione il fiume deviò per un breve tratto
spostando la cappella di San Donato dalla sponda sinistra
a quella destra, quindi la chiesa restò separata
dal suo territorio, che cominciò ad essere
detto San Donato de qua de la Piave per distinguerlo
da quello attiguo alla
chiesa e cioè San Donato oltre la Piave (oggi
Musile di Piave)
. Mussetta e San Donato ebbero
in quest'epoca un'esistenza ben misera poiché
guerre quasi continue fra Venezia e Treviso. Il patriarca
di Aquileia e i maggiori feudatari della regione insanguinarono
il Basso Veneto, colpendo gli indifesi vilici del
contado esposti alle violenze di brutali soldatesche
che impudentemente li vessavano e ne saccheggiavano
le povere case.
Dopo un periodo di tranquillità
il sandonatese fu travagliato da una guerra tra Venezia
ed una lega formata da Francesco da Carrara, signore
di Padova, la Repubblica di Genova, il patriarca di
Aquileia
ed il re d'Ungheria
. Le ostilità si chiusero
con la pace di Torino (1381) che assegnò Treviso
ed il suo territorio ai duchi d'Austria, fatto che
interessò direttamente San Donà nuovamente
divisa in due tronconi.
Questa sottomissione di Treviso ai duchi d'Austria
fu brevissima in quanto a seguito di una nuova guerra,
quei duchi la cedettero a Francesco da Carrara, dietro
compenso di una grossa somma di denaro (1383).
Neanche la dominazione carrarese durò a lungo
poiché una terza guerra obbligò il da
Carrara a cedere ogni diritto su Treviso alla Serenissima
(1389).
Da questa data il territorio comunale non muterà
più signoria e la sua riunificazione darà
inizio ad un processo di risveglio che condurrà
alla nascita di San Donà.
All'inizio del XV secolo il Basso Piave mostrava un
volto ben misero: boschi, prati e pochi terreni arativi
emergevano, come isole, da un'immensa palude in continua
espansione per le frequenti alluvioni del Piave. La
pessima situazione ambientale rendeva inoltre l'area
del tutto insalubre regnandovi sovrana la MALARIA.
Come se ciò non bastasse, a rendere più
desolato il territorio ci pensarono le truppe di Sigmondo
di Boemia, in guerra con Venezia, che in pochi mesi
di occupazione si resero protagonisti di ogni sorta
di atrocità, lasciando questa zona nel più
completo squallore.
Passata l'ondata vandalica dei boemi la Serenissima
si preoccupò di ridare vita alla plaga offrendo
esenzioni fiscali agli agricoltori disposti a trasferirsi.
Venezia era direttamente interessata alla ripresa
economica del territorio di San Dona' poiché
gran parte della superficie comunale era di proprietà
demaniale
La Repubblica
decretò il censimento di quei beni e l'accertamento
dei titoli di proprietà dei confinanti per
appurare eventuali appropriazioni indebite (1410).Dopo
di ciò destinò un funzionario (Gastaldo)
a gestirli. Nel 1450 la grande proprietà demaniale
di San Donà fu affittata ad un nobile veneziano:
Domenico Trevisan
Urgenti
necessità finanziarie indussero nel 1468 lo
stato a deliberare la cessione in enfiteusi della
Gastaldia di San Donato posta sopra la Piave ponendola
all'asta (incanto).Si aggiudicò l'asta Giovanni
Gradenigo, nobile veneziano, ma la sua morte (avvenuta
prima della stipulazione del contratto) rese necessaria
una nuova
asta di cui restarono aggiudicatari i cognati Francesco
Marcello e Angelo Trevisan. Nuove necessità
finanziarie dovute alla Guerra di Ferrara, spinsero
la Repubblica a vendere definitivamente la Gastaldia
ai livellari che ne effettuarono l'acquisto il 26
giugno 1583 per 10.000 ducati e Angelo Trevisan fu
uno degli acquirenti. Il passaggio della Gastaldia
da proprietà demaniale a possesso privato modificò
l'assetto amministrativo della località. Dopo
l'aggiudicazione dell'enfiteusi i pubblici poteri
furono affidati dalla Repubblica ad un funzionario:
il Vicario Ducale nominato dal Doge. Il Vicario doveva
prestare giuramento di fedeltà alla Repubblica
ed aveva l'obbligo di risiedere in San Donà.
Il primo Vicario (Antonio Lupo) fu insediato
nel 1476, ma solo nel 1479 furono precisate le sue
funzioni perciò si può datare da quell'anno
la nascita di una Amministrazione locale in San Donà
di Piave. L'avvio del paese fu difficile. L'esistenza
di un solo proprietario fondiario impediva la nascita
della piccola proprietà, abbandonava i coltivatori
alle prevaricazioni
degli agenti agricoli (gastaldi), inoltre, le difficoltà
erano acuite dalla situazione ambientale divenuta
ancor più infelice nel corso del XV secolo
per un susseguirsi di calamità: inondazioni,
peste, colera, terremoti, cavallette, carestia
Il XVII secolo fu caratterizzato dai giganteschi lavori
idraulici decretati dalla Repubblica
per salvaguardare la laguna e di conseguenza l'abitabilità
della città
. L'incremento della popolazione
viene in parte attribuito all'assenza di alluvioni
del Piave, che caratterizzò il XVIII secolo,
ed alla contemporanea diminuzione (per gravità
e frequenza) tanto delle carestie quanto delle epidemie.
Si ebbe invece una ripresa dell'attività sismica
che fece più spavento che danno. Il maggior
merito dello sviluppo del paese è però
dovuto alla capacità ed alla intraprendenza
della sua gente:
sono stati i primi in tutto
il Basso Piave a cercare il miglioramento dello sgrondo
dei terreni sì da poter strappare nuove terre
coltivabili alla palude.
Sul finire del 1796 il Basso Piave fu attraversato
da truppe austriache dirette in Lombardia a fronteggiare
l'avanzata delle milizie rivoluzionarie francesi,
nel marzo seguente ripassarono gli Austriaci in fuga
requisendo viveri e foraggi. Poco dopo giunsero i
Francesi, il Doge ed il Maggior Consiglio si dimisero
spontaneamente.
L'improvvisa fine della millenaria Repubblica di San
Marco provocò uno stato di anarchia in quanto
si sfaldò tutto l'apparato amministrativo/giudiziario
della Serenissima. Nel maggio del 1797 Napoleone decretò
un'organizzazione provvisoria della regione, dividendola
in distretti, cantoni e municipalità (equivalente
all'attuale ripartizione in provincie, mandamenti
e comuni). Ai primi di giugno fu istituita la Municipalità
di San Donà e contemporaneamente il paese divenne
sede di un Giudice di Pace
inoltre divenne il
capoluogo di uno dei 15 cantoni del distretto di Treviso.
Le simpatie popolari che il nuovo regime aveva suscitato
scemarono subito per un susseguirsi di requisizioni
ed imposizioni
Il malcontento si accrebbe con
l'emanazione di alcuni decreti che incontrarono l'ostilità
popolare
In questo clima alcuni patrioti, illusi
dalle promesse di libertà
proclamate da Napoleone, lanciarono un plebiscito
per unire il Veneto alla Repubblica Cisalpina ..che
fallì per l'impreparazione della popolazione
ad esercitare la sovranità popolare. Napoleone
rivelò cinicamente in quanta considerazione
tenesse le aspirazioni libertarie dei patrioti cedendo,
il 17 ottobre, con il trattato di Campoformido, il
Veneto all'Austria. Gli Austriaci, accolti come liberatori,
presero possesso del Trevigiano il 16 gennaio1798
e, come primo atto, vi posero un nuovo governo, abrogando
le Municipalità e ripristinando le magistrature
esistenti nel gennaio del 1796.
Nel 1800 il governo austriaco attuò una serie
di provvedimenti che interessarono particolarmente
San Donà di Piave
fu sistemata la viabilità
da Trieste a Venezia
fu attuato il rafforzamento
degli argini. Una nuova guerra austro-francese provocò
la temporanea occupazione del Basso Piave (1801) da
parte dei Francesi
la situazione si aggravò
ulteriormente l'anno seguente, poiché, alle
difficoltà economiche dovute ad una seconda
siccità che bruciò i raccolti, si aggiunse
il dilagare del colera. Il depauperamento del territorio
raggiunse però il culmine nel 1805 per una
terza siccità contemporanea ad una gravissima
epidemia. Nel 1805 il Basso Piave fu nuovamente attraversato
da truppe austriache e francesi, a seguito di una
nuova guerra
che portò alla pace di Presburgo
in cui si stabilì il passaggio del Veneto dall'Austria
ad un nuovo stato: il REGNO D'ITALIA con a capo Napoleone.
Il mutamento di potere portò ad un nuovo assetto
amministrativo della regione. Questa, infatti, fu
divisa in Dipartimenti, ogni Dipartimento si ripartì
in Distretti, ogni Distretto fu, a sua volta, composto
da Cantoni ed ogni Cantone raggruppò più
Comuni. L'innovazione più importante fu una
democratizzazione delle amministrazioni locali con
l'istituzione dei Consigli Comunali.
La vittoria dei collegati (Inghilterra,
Austria, Russia e Prussia) sul campo di battaglia
di Waterloo determinò la fine dell'epopea napoleonica
e di conseguenza del Regno d'Italia. Il Congresso
di Vienna assegnò all'Austria il Veneto e la
Lombardia, che l'imperatore Francesco I° riunì
in un unico stato: il Regno Lombardo-Veneto. In questo
periodo si verificò un aumento della popolazione
sandonatese nonostante le calamità che ebbe
da sopportare: quattro alluvioni (maggio 1816, ottobre
1823, dicembre 1825, ottobre 1841), una carestia
(1816-1817) dovuta ad un regime di piogge persistenti
che infracidì i raccolti. L'indigenza fu aggravata
da alcuni speculatori che incettavano le poche biade
per rivenderle a prezzi proibitivi. Conseguenza fu
il dilagare della pellagra poiché la maggioranza
della popolazione ebbe come sola fonte di sostentamento
qualche
manciata di polenta scondita. Nell'ottobre-novembre
del 1817 imperversò in tutto il circondario
il tifo, dal 1835 al 1836 dilagò il colera
e nel 1841 si diffuse il vaiolo. L'epidemia più
grave fu quella causata dal colera, sia per la durata
(due anni) che per la mortalità.
Con la cessione del Veneto all'Italia in seguito alla
pace di Vienna, l'Amministrazione Comunale di San
Dona' ebbe un diverso assetto: organo principe divenne
il Consiglio Comunale formato da cittadini eletti
dagli elettori amministrativi; il Sindaco era di nomina
regia, ma scelto fra i Consiglieri ed affiancato da
una Giunta composta da Assessori eletti del Consiglio
Comunale fra i propri membri. Le prime elezioni amministrative
si svolsero il 23 dicembre 1866 e per esse Giuseppe
Bortolotto divenne il primo Sindaco di San Dona'.
Gli anni correnti fra il 1871 e il 1915 segnarono
la metamorfosi ambientale del territorio con il progredire
della bonifica territoriale che, non solo rimpiccioliva
l'area paludosa, ma trasformava le praterie in terreni
coltivabili. Il processo di trasformazione interessò
l'intero Basso Piave, ma in San Donà di Piave
ebbe un
carattere particolare poiché si coagularono
le iniziative. Le BONIFICHE, come allora si diceva,
furono un'opera titanica per le innumerevoli difficoltà
che la loro esecuzione comportava.
Le notizie dell'assassinio di Sarajevo e dello scoppio
del conflitto che opponeva Francia, Inghilterra e
Russia all'Austria, alla Prussia ed all'Impero Ottomano
fece si che l'entrata in guerra dell'Italia fosse
accolta dai Sandonatesi come un evento scontato, il
cui prologo era dato dalle restrizioni economiche
già in atto da mesi. La guerra fece la sua
apparizione diretta in San Donà il 27 marzo1916:
aerei austriaci sganciarono bombe in vari punti del
territorio comunale, in particolare a Chiesanuova,
fortunatamente senza arrecare danni. Il 16 ottobre
fu invece il capoluogo ad essere interessato da un'incursione
aerea diretta a colpire il ponte sul Piave. Nessun
evento particolare, legato alle vicende belliche,
venne però a turbare il paese sino al 25 ottobre
1917, data dello sfondamento delle linee italiane
a Caporetto: a San Donà la notizia giunse il
26 ottobre e che la situazione precipitava i Sandonatesi
se ne resero conto soltanto il 28 ottobre, vedendo
passare dapprima gruppi isolati di fuggiaschi e poi
intere colonne. Il 4 novembre il Comando Supremo prese
la decisione di ordinare il ripiegamento delle armate
sul lato destro del Piave. Il Sindaco ordinò,
quindi, l'abbandono della città, fece chiudere
in 30 sacchi i registri dello Stato Civile, i valori
dell'esattoria e della
Banca Popolare, i documenti essenziali del Comune
e dei Consorzi di Bonifica e, dopo averli caricati
su di un autocarro militare, li fece trasferire a
Marano Veneziano, poi per via fluviale a Venezia e
da qui a Firenze. La partenza del Sindaco lasciò
senza guida quella parte della popolazione intenzionata
a rimanere in paese.
Carenza colmata dall'arciprete, mons. Saretta, che
comunicò ai fedeli la decisione di restare
con loro per condividerne la sorte. Il 7 novembre
il Capoluogo fu occupato dagli austriaci: la città
fu sottoposta ad un sistematico saccheggio. Le vicende
belliche portarono alla completa distruzione della
città: il culmine della
devastazione avvenne il 12 novembre, poco prima di
mezzogiorno Sei batterie aprirono il fuoco, furono
10 minuti d'inferno; 24 pezzi a fuoco accelerato martellarono
San Donà
in pochi minuti 1500 granate
piovvero sul paese. La guerra sul Piave rallentò
il ritmo e per i combattenti di entrambe le parti
cominciò il duro inverno nelle trincee fangose..
Il peggior nemico fu, però, la malaria: in
un anno fra i due eserciti furono colpiti 280.000
combattenti. Nell'estate del 1918 si ebbe un'intensificazione
dell'attività bellica sul fronte del Piave,
attività che raggiunse l'apice in quella che
fu battezzata la battaglia del solstizio (15-24 maggio
1918) e che rappresentò l'ultimo sforzo compiuto
dalle forze austro-ungariche per risolvere favorevolmente
il conflitto..poichè l'artiglieria italiana
ne determinò il fallimento. La battaglia toccò
il culmine allorché dei
reparti austriaci riuscirono a varcare il Piave ed
a creare una testa di ponte: fra Croce, Fossalta e
Losson si combatté all'arma bianca, casa per
casa, metro per metro, finché il nemico fu
ricacciato. L'offensiva autunnale lanciata dall'esercito
italiano portò alla liberazione del territorio
ed al termine di un incubo durato
un anno. Il 31 ottobre le truppe italiane erano a
San Donà di Piave (totalmente distrutta) ed
il 4 novembre a Portogruaro.
Le vicende belliche avvenute fra il novembre del '17
ed il novembre del '18 segnarono la completa distruzione
dell'abitato di San Dona', la dispersione forzata
dei suoi abitanti, il degrado del territorio. Tre
fattori che, congiunti, hanno determinato la fine
di molte città. Ciò non è avvenuto
per San Donà di Piave,
poiché i suoi abitanti, rifluiti tra le rovine,
non si abbandonarono alla disperazione, ma si rimboccarono
le maniche e, senza attendere aiuti esterni, iniziarono
la ricostruzione delle case, ripresero la bonifica
del territorio, ripristinarono
le attività socio-economiche già esistenti
nel paese. Di prima importanza fu la sistemazione
degli argini del Piave, finalmente compiuta fra il
febbraio del 1919 ed il marzo del 1920 da quattro
Battaglioni Zappatori del genio Militare cui furono
aggregate 115 centurie di prigionieri di guerra e
personale civile reclutato sul posto.
Contemporaneo fu il ripristino della viabilità
intercomunale, la riattivazione del servizio ferroviario
e immediata fu la ricostruzione del Municipio (fra
il 1919 e il 1923) e così pure del Duomo, cuore
della vita religiosa, con annesso il Campanile, simbolo
della Città.
Il tratto saliente della storia di San Donà
fra il 1919 ed il 1945 è dato dalla bonifica
del territorio, che non significò solo la trasformazione
delle paludi in terreni coltivabili, ma la fine dell'ambiente
palustre e la base della sviluppo socio-economico.
La Seconda Guerra Mondiale distrusse in un batter
d'occhio quanto costruito a fatica in anni di duro
lavoro: inizialmente vi furono le sempre più
frequenti partenze dei richiamati alle armi, con le
prime battaglie cominciarono ad esservi le notifiche
dei caduti e dei dispersi, furono razionati i generi
alimentari. Con il 1943
si aggiunse il timore delle incursioni aeree. Dall'estate
del 1944 San Donà ebbe a subire diversi bombardamenti
miranti alla distruzione del ponte stradale e di quello
ferroviario sul Piave. Il primo si verificò
il 29 luglio, il secondo il 28 agosto, il terzo il
23 settembre ed un quarto il 26 settembre. Un momento
cruciale accadde il mattino del 10 ottobre 1944: uno
stormo di bombardieri a quota bassa bombardò
il paese provocando parecchi morti. San Dona' ebbe
a subire un altro attacco il 22 novembre 1944: tre
squadriglie di caccia bombardieri in pieno giorno
e a bassa quota distrussero il ponte della ferrovia.
Il 29 aprile 1945, domenica, gli alleati entrarono
a San Dona' segnando la fine di un drammatico periodo.
_
.
|