Generalmente gli eventi di una città o di una popolazione hanno una correlazione con l’ambiente che n’è teatro. Molteplici indicazioni tramandate da più autori latini (Livio, Plinio, Floro, Columella, Strabone et.)indicano la pianura veneta, nel tratto delimitato dal corso del Piave e del Livenza, come una grande laguna(Laguna Opitergina), inclusa in un sistema lagunare che andava da Ravenna a Grado. Il margine fra la pianura e la zona lagunare erano posti appena a valle degli odierni abitati di Croce, Musile, San Donà di Piave e Ceggia, per questo tagliavano in due l’attuale territorio comunale. Folti boschi secolari, in cui prevalevano querce, olmi e castagni, si alternavano a boschetti di salici e gaggie ed erano intervallati da brevi radure prative e da grandi macchie di cespugli spinosi. Una ricchissima fauna popolava la zona: cervi, volpi, cinghiali, martore, tassi, lontre e lupi; vi nidificavano immensi stormi di passeracei e tordi, merli, starne, allodole, germani reali, corvi e cornacchie, numerosi trampolieri (gru e aironi), i grandi rapaci (falchi e poiane) ed i notturni (gufi, barbagianni e civette).Abbondante era anche la pescosità delle acque: in quelle lagunari molluschi e crostacei e nelle fluviali storioni, anguille e carpe.

Nell’antichità nessun argine conteneva le acque del Piave che scorreva in un letto larghissimo divagando in molti rivoli tortuosi: che lambisse l’attuale territorio comunale ormai è assodato. Il clima, stando alla testimonianza degli antichi autori, era dolce e salubre. I primi abitanti di queste terre sono stati probabilmente gli Euganei o gli Etruschi oppure ancora antichissime popolazioni delle Prealpi. Con maggiore attendibilità si può, invece, affermare che il primo stanziamento sia stato operato dagli Opitergini tra la fine del IV secolo e l’inizio del III secolo avanti Cristo. I primi abitanti del territorio comunale avrebbero, quindi un’origine heneta, in quanto Opitergium (Oderzo) sarebbe stato fondato da quelle genti poco dopo il loro arrivo in Italia. La presenza di una rete viaria articolata (Via Annia) fa presumere che, nell’età romana, l’area fosse abitata. D’altro canto va osservato che costituiva un triangolo ai cui vertici erano poste tre città Altino, Oderzo e Concordia, le cui esigenze si sommavano a quelle connesse al flusso di merci e dei viaggiatori che scorrevano la Via Annia.

Per quanto concerne San Donà in particolare va osservato che di norma lungo le grandi strade consolari, in prossimità del passaggio dei corsi d’acqua maggiori, erano scaglionate delle stazioni o posti tappa militari con un piccolo presidio e nei pressi, di solito, si trovavano una o più locande. Le indicazioni di Livio e Strabone, sull’esistenza di piccoli villaggi perilagunari e gli studi sulla Via Annia, rendono attendibile l’ipotesi che uno di questi villaggi si sia formato dov’è oggi il centro urbano di San Donà.

Agli albori del V secolo il Veneto cominciò ad essere interessato da eventi che, in un breve periodo, sconvolsero un assetto politico e socioeconomico consolidatosi nel corso dei secoli.. Infatti, per il declino della potenza di Roma, più popoli presero a varcare le Alpi ed a sciamare nella ricca pianura padana. Le Alpi Giulie erano quelle che offrivano i valichi più facili nella cerchia alpina, per questo il Veneto si trovò ad essere la regione più esposta a sostenere il primo urto. Le incursioni di popoli seminomadi colpirono Concordia, Oderzo ed Altino, ma non toccarono l’area lagunare ed una ristrettissima fascia costiera, quindi possiamo asserire che l’attuale territorio comunale ne fu immune. La prima invasione avvenne nel 402 ad opera di Alarico che con i suoi Visigoti pose a sacco Oderzo. Nel 406 un’ondata di Alani, Burgundi, Svevi e Vandali dilagò nel Veneto. Nel 452 varcò le Alpi Attila, nel 463 Biorgo, re degli Alani, nel 473 Vidomiro, re degli Ostrogoti, nel 463 giunse Odoacre ala testa di Rugi, Eruli e Turciligi.

Nel 489 scese in Italia Teodorico, re dei Visigoti e fra il 523 ed il 526 si ebbe il passaggio dei Gepidi e poco dopo, tra il 535 ed il 538 quello di gruppi Svevi. Quest’ultimo avvenne mentre, per il succedersi di più annate agrarie sfavorevoli, infieriva una delle più drammatiche tra le carestie che hanno colpito il Veneto. Ad alimentare il degrado della regione contribuirono delle lotte religiose, originate dal cosiddetto Scisma dei Tre Capitoli, in quanto si trasferirono dal piano religioso a quello politico innestandosi nel conflitto fra Goti e Bizantini che insanguinò a lungo il Basso Piave.

Apice dello squallore si ebbe, probabilmente, nel 563 quando, stando alla testimonianza di Paolo Diacono, imperversò la peste. Se l’odierno territorio comunale non fu direttamente interessato dalle invasioni barbariche, fu invece coinvolto dagli effetti che ne derivarono. L’esclusione dagli attacchi di quelle genti dei lidi e delle isole lagunari, motivata dalle caratteristiche ambientali, diede l’avvio ad un vasto movimento migratorio verso tale area, effettuato dagli abitanti delle città e dei villaggi della piana fluviale contermine, che ebbe inizialmente un carattere transitorio e in seguito permanente. Nell’arcipelago di Melidissa (che ricordiamo si estendeva parzialmente anche in aree oggi soggette ai comuni di Eraclea e di Torre di Mosto) si andò costituendo un villaggio il cui sviluppo fu rapidissimo nonostante i problemi e il difficilissimo momento.

Nel 568 giunsero nella pianura veneta i Longobardi che, a differenza delle genti che li avevano preceduti, non si limitarono al saccheggio della regione, ma vi si stanziarono asservendo gli abitanti. Nel 572 l’assoggettamento del Veneto era ormai ultimato ad eccezione di Oderzo e dell’area lagunare ed il loro re Alboino decretò un nuovo assetto amministrativo della regione: la divise in ducati ed assegnò il maggiore, quello del Friuli, al nipote Gisulfo. Ben presto questi entrò in contrasto con Oderzo e dopo alterne vicende questa città fu costretta alla resa e fu data alle fiamme. Ciò determinò l’esodo della maggioranza degli Opitergini verso l’area lagunare.

La tradizione precisa che il vescovo San Magno guidò l’esodo e nell’arcipelago di Melidissa fondò una città che chiamò ERACLEA in onore dell’imperatore di Bisanzio Eraclio, che aveva largheggiato in aiuti, stimando favorevole per il suo impero la nascita di una città che sostituisse Oderzo. Recenti fotografie aeree hanno confermato che la città si estese sulle isole della laguna opitergina poste fra Fiorentina, Fossà, Staffolo e Stretti. Eraclea si sviluppò rapidamente e divenne ponte fra i lontani mercati d’oriente in mano a Bisanzio e quelli del nord Italia soggetti ai Longobardi. Nel 662 divenne re dei Longobardi Grimoaldo che nel 667 ordinò di radere al suolo Oderzo e i suoi abitanti per vendicare i fratelli assassinati. I nuovi profughi si stabilirono nella parte inferiore dell’area lagunare di Melidissa, fondando nell’isola di Equilio una città che prese il nome di Jesolo. Ben presto una latente ostilità cominciò a formarsi fra Eraclea e Jesolo che si inasprì sempre più sino a degenerare in un cruento scontro armato concluso con la sconfitta degli Jesolani.

I Longobardi tentarono di approfittare del dissidio ma senza successo e questo fatto indusse la classe dirigente dei centri lagunari a valutare l’opportunità di affidare il potere ad una sola persona. Un’assemblea composta da tutti i cittadini innalzò al soglio dogale Paoluccio Anafesto che pose in Eraclea la sede dogale, in quel tempo la maggiore città dell’area lagunare e al centro della Venezia Marittima.Il dogado di Anafesto segnò l’apogeo di Eraclea che durò fino al 736 anno in cui si riaccesero i vecchi rancori con Jesolo e si venne alle armi più volte: una sanguinosa battaglia svoltasi presso il canal d’Arco segnò l’apice di un conflitto che prostrò entrambe le città segnando l’inizio della loro fine (804) e il continuo peggioramento delle condizioni ambientali fece il resto.

Il degrado fu esteso e rafforzato dal Piave, nei secoli nono e decimo, in quanto, effettuava delle colmate che alteravano o impedivano lo scolo dei terreni, mentre i sedimenti ostruivano i canali lagunari e mutavano i bacini in paludi….Il paesaggio mutò radicalmente: non più una cerulea distesa d’acqua da cui emergevano verdeggianti isole, ma un enorme pantano su cui spuntavano piccoli dossi boschivi. La fascia costiera cambiò volto, per il disboscamento attuato per esigenze commerciali ed al fine di ampliare i terreni coltivabili….

Dopo il mille, i rinati villaggi della pianura cominciarono ad arginare il Piave, per proteggersi dalle inondazioni….A completare il disfacimento ambientale intervenne l’insorgere della MALARIA. L’ambiente palustre venutosi a formare era, infatti, l’habitat ideale della zanzara anofele, apportatrice del morbo… Oltre alle oggettive difficoltà derivanti dalle condizioni ambientali, l’esistenza di coloro che vissero nel territorio sandonatese, fra il nono ed il quindicesimo secolo, fu travagliata da molte calamità: terremoti, pestilenze, carestie ed alluvioni..…

Nonostante le distruzioni operate da Franchi ed il degrado ambientale parte della popolazione non lasciò la città ormai ridimensionata a rango di villaggio. In particolare restarono coloro che essendo dediti all’agricoltura ed alla pastorizia erano legati ai luoghi. Gli Ungari desolarono tutta l’area distruggendo raccolti, bruciando le case, razziando il bestiame e causando la fuga degli abitanti terrorizzati dai loro eccessi, sicché dopo il loro passaggio tutto il Basso Piave appare quasi spopolato..sino al XII secolo. Poco dopo gli agricoltori cominciarono a coltivare i fertili terreni posti lungo il fiume, rassicurati dalla loro quota (più elevata rispetto all’area paludosa circostante) che dava una certa sicurezza alle piene.

Si formò così un villaggio: Mussetta. Il borgo era tutto raccolto attorno ad un castello edificatovi dai patriarchi di Aquileia, proprietari di quelle terre; il patriarcato deteneva anche la giurisdizione sul territorio essendone stato investito dall’impero prima del mille. Religiosamente il villaggio era soggetto ai vescovi di Treviso. Le esigenze religiose di coloro che andavano man mano ripopolando la zona portarono alla costruzione di un’altra cappella, posta sulla sponda del Piave, poco a valle di Mussetta ed al limite fra le diocesi di Cittanova, Torcello e Treviso; la cappella fu consacrata nel 1186 e dedicata a San Donato. Non si conosce la data di costruzione di tale chiesa dal cui nome cominciò ad essere indicata l’area circostante. E’ probabile che ciò sia avvenuto nella prima metà del XII secolo in quanto già nel 1154 attorno ad essa si era formato un villaggio: villa Sancti Donati soggetto alla giurisdizione temporale dei patriarchi di Aquileia…

Nel 1250 il Piave ebbe una piena catastrofica. In quella occasione il fiume deviò per un breve tratto spostando la cappella di San Donato dalla sponda sinistra a quella destra, quindi la chiesa restò separata dal suo territorio, che cominciò ad essere detto San Donato de qua de la Piave per distinguerlo da quello attiguo alla chiesa e cioè San Donato oltre la Piave (oggi Musile di Piave) …

Mussetta e San Donato ebbero in quest’epoca un’esistenza ben misera poiché guerre quasi continue fra Venezia e Treviso. Il patriarca di Aquileia e i maggiori feudatari della regione insanguinarono il Basso Veneto, colpendo gli indifesi vilici del contado esposti alle violenze di brutali soldatesche che impudentemente li vessavano e ne saccheggiavano le povere case. … Dopo un periodo di tranquillità il sandonatese fu travagliato da una guerra tra Venezia ed una lega formata da Francesco da Carrara, signore di Padova, la Repubblica di Genova, il patriarca di Aquileia ed il re d’Ungheria…

Le ostilità si chiusero con la pace di Torino (1381) che assegnò Treviso ed il suo territorio ai duchi d’Austria, fatto che interessò direttamente San Donà nuovamente divisa in due tronconi.

Questa sottomissione di Treviso ai duchi d’Austria fu brevissima in quanto a seguito di una nuova guerra, quei duchi la cedettero a Francesco da Carrara, dietro compenso di una grossa somma di denaro (1383).

Neanche la dominazione carrarese durò a lungo poiché una terza guerra obbligò il da Carrara a cedere ogni diritto su Treviso alla Serenissima (1389).

Da questa data il territorio comunale non muterà più signoria e la sua riunificazione darà inizio ad un processo di risveglio che condurrà alla nascita di San Donà.

All’inizio del XV secolo il Basso Piave mostrava un volto ben misero: boschi, prati e pochi terreni arativi emergevano, come isole, da un’immensa palude in continua espansione per le frequenti alluvioni del Piave. La pessima situazione ambientale rendeva inoltre l’area del tutto insalubre regnandovi sovrana la MALARIA.

Come se ciò non bastasse, a rendere più desolato il territorio ci pensarono le truppe di Sigmondo di Boemia, in guerra con Venezia, che in pochi mesi di occupazione si resero protagonisti di ogni sorta di atrocità, lasciando questa zona nel più completo squallore.

Passata l’ondata vandalica dei boemi la Serenissima si preoccupò di ridare vita alla plaga offrendo esenzioni fiscali agli agricoltori disposti a trasferirsi. Venezia era direttamente interessata alla ripresa economica del territorio di San Dona’ poiché gran parte della superficie comunale era di proprietà demaniale…La Repubblica decretò il censimento di quei beni e l’accertamento dei titoli di proprietà dei confinanti per appurare eventuali appropriazioni indebite (1410).Dopo di ciò destinò un funzionario (Gastaldo) a gestirli. Nel 1450 la grande proprietà demaniale di San Donà fu affittata ad un nobile veneziano: Domenico Trevisan…

Urgenti necessità finanziarie indussero nel 1468 lo stato a deliberare la cessione in enfiteusi della Gastaldia di San Donato posta sopra la Piave ponendola all’asta (incanto).Si aggiudicò l’asta Giovanni Gradenigo, nobile veneziano, ma la sua morte (avvenuta prima della stipulazione del contratto) rese necessaria una nuova asta di cui restarono aggiudicatari i cognati Francesco Marcello e Angelo Trevisan. Nuove necessità finanziarie dovute alla Guerra di Ferrara, spinsero la Repubblica a vendere definitivamente la Gastaldia ai livellari che ne effettuarono l’acquisto il 26 giugno 1583 per 10.000 ducati e Angelo Trevisan fu uno degli acquirenti. Il passaggio della Gastaldia da proprietà demaniale a possesso privato modificò l’assetto amministrativo della località. Dopo l’aggiudicazione dell’enfiteusi i pubblici poteri furono affidati dalla Repubblica ad un funzionario: il Vicario Ducale nominato dal Doge. Il Vicario doveva prestare giuramento di fedeltà alla Repubblica ed aveva l’obbligo di risiedere in San Donà. Il primo Vicario (Antonio Lupo) fu insediato nel 1476, ma solo nel 1479 furono precisate le sue funzioni perciò si può datare da quell’anno la nascita di una Amministrazione locale in San Donà di Piave. L’avvio del paese fu difficile. L’esistenza di un solo proprietario fondiario impediva la nascita della piccola proprietà, abbandonava i coltivatori alle prevaricazioni degli agenti agricoli (gastaldi), inoltre, le difficoltà erano acuite dalla situazione ambientale divenuta ancor più infelice nel corso del XV secolo per un susseguirsi di calamità: inondazioni, peste, colera, terremoti, cavallette, carestia… Il XVII secolo fu caratterizzato dai giganteschi lavori idraulici decretati dalla Repubblica per salvaguardare la laguna e di conseguenza l’abitabilità della città….

L’incremento della popolazione viene in parte attribuito all’assenza di alluvioni del Piave, che caratterizzò il XVIII secolo, ed alla contemporanea diminuzione (per gravità e frequenza) tanto delle carestie quanto delle epidemie. Si ebbe invece una ripresa dell’attività sismica che fece più spavento che danno. Il maggior merito dello sviluppo del paese è però dovuto alla capacità ed alla intraprendenza della sua gente: …sono stati i primi in tutto il Basso Piave a cercare il miglioramento dello sgrondo dei terreni sì da poter strappare nuove terre coltivabili alla palude.

Sul finire del 1796 il Basso Piave fu attraversato da truppe austriache dirette in Lombardia a fronteggiare l’avanzata delle milizie rivoluzionarie francesi, nel marzo seguente ripassarono gli Austriaci in fuga requisendo viveri e foraggi. Poco dopo giunsero i Francesi, il Doge ed il Maggior Consiglio si dimisero spontaneamente.

L’improvvisa fine della millenaria Repubblica di San Marco provocò uno stato di anarchia in quanto si sfaldò tutto l’apparato amministrativo/giudiziario della Serenissima. Nel maggio del 1797 Napoleone decretò un’organizzazione provvisoria della regione, dividendola in distretti, cantoni e municipalità (equivalente all’attuale ripartizione in provincie, mandamenti e comuni). Ai primi di giugno fu istituita la Municipalità di San Donà e contemporaneamente il paese divenne sede di un Giudice di Pace…inoltre divenne il capoluogo di uno dei 15 cantoni del distretto di Treviso. Le simpatie popolari che il nuovo regime aveva suscitato scemarono subito per un susseguirsi di requisizioni ed imposizioni… Il malcontento si accrebbe con l’emanazione di alcuni decreti che incontrarono l’ostilità popolare…In questo clima alcuni patrioti, illusi dalle promesse di libertà proclamate da Napoleone, lanciarono un plebiscito per unire il Veneto alla Repubblica Cisalpina ..che fallì per l’impreparazione della popolazione ad esercitare la sovranità popolare.

Napoleone rivelò cinicamente in quanta considerazione tenesse le aspirazioni libertarie dei patrioti cedendo, il 17 ottobre, con il trattato di Campoformido, il Veneto all’Austria. Gli Austriaci, accolti come liberatori, presero possesso del Trevigiano il 16 gennaio1798 e, come primo atto, vi posero un nuovo governo, abrogando le Municipalità e ripristinando le magistrature esistenti nel gennaio del 1796.

Nel 1800 il governo austriaco attuò una serie di provvedimenti che interessarono particolarmente San Donà di Piave … fu sistemata la viabilità da Trieste a Venezia… fu attuato il rafforzamento degli argini. Una nuova guerra austro-francese provocò la temporanea occupazione del Basso Piave (1801) da parte dei Francesi… la situazione si aggravò ulteriormente l’anno seguente, poiché, alle difficoltà economiche dovute ad una seconda siccità che bruciò i raccolti, si aggiunse il dilagare del colera. Il depauperamento del territorio raggiunse però il culmine nel 1805 per una terza siccità contemporanea ad una gravissima epidemia. Nel 1805 il Basso Piave fu nuovamente attraversato da truppe austriache e francesi, a seguito di una nuova guerra …che portò alla pace di Presburgo in cui si stabilì il passaggio del Veneto dall’Austria ad un nuovo stato: il REGNO D’ITALIA con a capo Napoleone. Il mutamento di potere portò ad un nuovo assetto amministrativo della regione. Questa, infatti, fu divisa in Dipartimenti, ogni Dipartimento si ripartì in Distretti, ogni Distretto fu, a sua volta, composto da Cantoni ed ogni Cantone raggruppò più Comuni. L’innovazione più importante fu una democratizzazione delle amministrazioni locali con l’istituzione dei Consigli Comunali.

La vittoria dei collegati (Inghilterra, Austria, Russia e Prussia) sul campo di battaglia di Waterloo determinò la fine dell’epopea napoleonica e di conseguenza del Regno d’Italia. Il Congresso di Vienna assegnò all’Austria il Veneto e la Lombardia, che l’imperatore Francesco I° riunì in un unico stato: il Regno Lombardo-Veneto. In questo periodo si verificò un aumento della popolazione sandonatese nonostante le calamità che ebbe da sopportare: quattro alluvioni (maggio 1816, ottobre 1823, dicembre 1825, ottobre 1841), una carestia (1816-1817) dovuta ad un regime di piogge persistenti che infracidì i raccolti. L’indigenza fu aggravata da alcuni speculatori che incettavano le poche biade per rivenderle a prezzi proibitivi. Conseguenza fu il dilagare della pellagra poiché la maggioranza della popolazione ebbe come sola fonte di sostentamento qualche manciata di polenta scondita.

Nell’ottobre-novembre del 1817 imperversò in tutto il circondario il tifo, dal 1835 al 1836 dilagò il colera e nel 1841 si diffuse il vaiolo. L’epidemia più grave fu quella causata dal colera, sia per la durata (due anni) che per la mortalità.

Con la cessione del Veneto all’Italia in seguito alla pace di Vienna, l’Amministrazione Comunale di San Dona’ ebbe un diverso assetto: organo principe divenne il Consiglio Comunale formato da cittadini eletti dagli elettori amministrativi; il Sindaco era di nomina regia, ma scelto fra i Consiglieri ed affiancato da una Giunta composta da Assessori eletti del Consiglio Comunale fra i propri membri. Le prime elezioni amministrative si svolsero il 23 dicembre 1866 e per esse Giuseppe Bortolotto divenne il primo Sindaco di San Dona’.

Gli anni correnti fra il 1871 e il 1915 segnarono la metamorfosi ambientale del territorio con il progredire della bonifica territoriale che, non solo rimpiccioliva l’area paludosa, ma trasformava le praterie in terreni coltivabili. Il processo di trasformazione interessò l’intero Basso Piave, ma in San Donà di Piave ebbe un carattere particolare poiché si coagularono le iniziative. Le BONIFICHE, come allora si diceva, furono un’opera titanica per le innumerevoli difficoltà che la loro esecuzione comportava.

Le notizie dell’assassinio di Sarajevo e dello scoppio del conflitto che opponeva Francia, Inghilterra e Russia all’Austria, alla Prussia ed all’Impero Ottomano fece si che l’entrata in guerra dell’Italia fosse accolta dai Sandonatesi come un evento scontato, il cui prologo era dato dalle restrizioni economiche già in atto da mesi. La guerra fece la sua apparizione diretta in San Donà il 27 marzo1916: aerei austriaci sganciarono bombe in vari punti del territorio comunale, in particolare a Chiesanuova, fortunatamente senza arrecare danni. Il 16 ottobre fu invece il capoluogo ad essere interessato da un’incursione aerea diretta a colpire il ponte sul Piave. Nessun evento particolare, legato alle vicende belliche, venne però a turbare il paese sino al 25 ottobre 1917, data dello sfondamento delle linee italiane a Caporetto: a San Donà la notizia giunse il 26 ottobre e che la situazione precipitava i Sandonatesi se ne resero conto soltanto il 28 ottobre, vedendo passare dapprima gruppi isolati di fuggiaschi e poi intere colonne. Il 4 novembre il Comando Supremo prese la decisione di ordinare il ripiegamento delle armate sul lato destro del Piave.

Il Sindaco ordinò, quindi, l’abbandono della città, fece chiudere in 30 sacchi i registri dello Stato Civile, i valori dell’esattoria e della Banca Popolare, i documenti essenziali del Comune e dei Consorzi di Bonifica e, dopo averli caricati su di un autocarro militare, li fece trasferire a Marano Veneziano, poi per via fluviale a Venezia e da qui a Firenze. La partenza del Sindaco lasciò senza guida quella parte della popolazione intenzionata a rimanere in paese. Carenza colmata dall’arciprete, mons. Saretta, che comunicò ai fedeli la decisione di restare con loro per condividerne la sorte. Il 7 novembre il Capoluogo fu occupato dagli austriaci: la città fu sottoposta ad un sistematico saccheggio. Le vicende belliche portarono alla completa distruzione della città: il culmine della devastazione avvenne il 12 novembre, poco prima di mezzogiorno Sei batterie aprirono il fuoco, furono 10 minuti d’inferno; 24 pezzi a fuoco accelerato martellarono San Donà…in pochi minuti 1500 granate piovvero sul paese. La guerra sul Piave rallentò il ritmo e per i combattenti di entrambe le parti cominciò il duro inverno nelle trincee fangose.. Il peggior nemico fu, però, la malaria: in un anno fra i due eserciti furono colpiti 280.000 combattenti. Nell’estate del 1918 si ebbe un’intensificazione dell’attività bellica sul fronte del Piave, attività che raggiunse l’apice in quella che fu battezzata la battaglia del solstizio (15-24 maggio 1918) e che rappresentò l’ultimo sforzo compiuto dalle forze austro-ungariche per risolvere favorevolmente il conflitto..poichè l’artiglieria italiana ne determinò il fallimento. La battaglia toccò il culmine allorché dei reparti austriaci riuscirono a varcare il Piave ed a creare una testa di ponte: fra Croce, Fossalta e Losson si combatté all’arma bianca, casa per casa, metro per metro, finché il nemico fu ricacciato.

L’offensiva autunnale lanciata dall’esercito italiano portò alla liberazione del territorio ed al termine di un incubo durato un anno. Il 31 ottobre le truppe italiane erano a San Donà di Piave (totalmente distrutta) ed il 4 novembre a Portogruaro. Le vicende belliche avvenute fra il novembre del ’17 ed il novembre del ’18 segnarono la completa distruzione dell’abitato di San Dona’, la dispersione forzata dei suoi abitanti, il degrado del territorio. Tre fattori che, congiunti, hanno determinato la fine di molte città. Ciò non è avvenuto per San Donà di Piave, poiché i suoi abitanti, rifluiti tra le rovine, non si abbandonarono alla disperazione, ma si rimboccarono le maniche e, senza attendere aiuti esterni, iniziarono la ricostruzione delle case, ripresero la bonifica del territorio, ripristinarono le attività socio-economiche già esistenti nel paese. Di prima importanza fu la sistemazione degli argini del Piave, finalmente compiuta fra il febbraio del 1919 ed il marzo del 1920 da quattro Battaglioni Zappatori del genio Militare cui furono aggregate 115 centurie di prigionieri di guerra e personale civile reclutato sul posto.

Contemporaneo fu il ripristino della viabilità intercomunale, la riattivazione del servizio ferroviario e immediata fu la ricostruzione del Municipio (fra il 1919 e il 1923) e così pure del Duomo, cuore della vita religiosa, con annesso il Campanile, simbolo della Città.

Il tratto saliente della storia di San Donà fra il 1919 ed il 1945 è dato dalla bonifica del territorio, che non significò solo la trasformazione delle paludi in terreni coltivabili, ma la fine dell’ambiente palustre e la base della sviluppo socio-economico.

La Seconda Guerra Mondiale distrusse in un batter d’occhio quanto costruito a fatica in anni di duro lavoro: inizialmente vi furono le sempre più frequenti partenze dei richiamati alle armi, con le prime battaglie cominciarono ad esservi le notifiche dei caduti e dei dispersi, furono razionati i generi alimentari. Con il 1943 si aggiunse il timore delle incursioni aeree. Dall’estate del 1944 San Donà ebbe a subire diversi bombardamenti miranti alla distruzione del ponte stradale e di quello ferroviario sul Piave. Il primo si verificò il 29 luglio, il secondo il 28 agosto, il terzo il 23 settembre ed un quarto il 26 settembre. Un momento cruciale accadde il mattino del 10 ottobre 1944: uno stormo di bombardieri a quota bassa bombardò il paese provocando parecchi morti. San Dona’ ebbe a subire un altro attacco il 22 novembre 1944: tre squadriglie di caccia bombardieri in pieno giorno e a bassa quota distrussero il ponte della ferrovia. Il 29 aprile 1945, domenica, gli alleati entrarono a San Dona’ segnando la fine di un drammatico periodo.

tratto dal libro San Donà di Piave di Dino Cagnazzi